Come la svecchi la predica? Cantillando qualche verso delle canzonette di Sanremo? Solo uno stupido potrebbe immaginare che sia così semplice.

Tuttavia si può proporre un semplice ragionamento in questa direzione.

Karl Barth (grande teologo protestante e buon predicatore) sostenne che per fare una buona predica occorre avere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale. Il Vangelo è la parola di Dio che salva e il giornale sta per i fatti della vita di ogni giorno: le vicende umane dovrebbero essere illuminate dalla luce del Vangelo, per poter entrare nella giustizia della misericordia di Dio, nella verità della sua sapienza.

Al posto del giornale (che i giovani non leggono), di cosa si potrebbe approfittare, oggi, come sostitutivo? Delle canzoni popolari dei cantautori, tenendo conto dell’ammonimento di San Giovanni Bosco (che di educazione dei giovani se ne intendeva): “se amate le cose che amano i vostri ragazzi, anche loro ameranno le cose che amate voi”. Il Santo non si riferiva alle canzonette. E però, può funzionare anche per le canzonette, perché – è sicuro- che i ragazzi le amano.

Ovviamente, non si tratta di trovare nei testi delle canzoni – dal punto di vista del credente- la formulazione esatta del dogma o del Vangelo. Occorre, invece e piuttosto, valorizzarli come dei preamboli dell’annuncio, puntando alle assonanze o ai rimandi, a quelle “fessure di significato” tra le parole, o nelle parole, che aprono un varco all’annuncio del Vangelo. Non si devono tanto forzare i testi (per far dir loro quello che non dicono e non vogliono per nulla dire), ma esplicitarne il senso latente, che può interagire con il contenuto di verità o l’esperienza umana illuminata dal Vangelo.

Del resto il testo di una canzone è necessariamente “poetico” (evoca più che affermare, come fa un discorso… ma anche un rap). Perciò, è più disponibile all’interpretazione di chi lo ascolta, dentro la “propria cassa di risonanza”.

Si consideri cosa è accaduto nel cuore e nell’intelligenza di due giovani che in merito ad alcune canzoni di Vasco Rossi hanno postato nel modo seguente: “Vivere… anche se sei morto dentro… e devi essere sempre contento…e sorridere dei guai…è incredibile a volte come in una canzone si possa nascondere in quasi totalità lo stato d’animo di una persona” (Andrea); “Quando sembra che il mondo intero ti gira le spalle, solo Vasco e le sue poesie come queste, ti danno la forza per andare avanti e darti la forza di VIVERE…” (Vincenzo).

Certo, in un’omelia bisognerà pur sostenere che più di Vasco è Gesù che incontra le persone e le incoraggia a “vivere”. Però, questo è un problema interno alle Chiese cattoliche. Qui si sta registrando che le canzonette possono raccontare la vita vera, il mondo reale dei giovani e interpretarlo, dando loro le speranze che i giovani non trovano/non ascoltano più nella/dalla predicazione cristiana.

La grammatica del corpo è, poi, indispensabile nella comunicazione.

Ce lo spiega Vittorio Peri nel suo bel libro dal titolo Omelia. Non “parole al vento”: “si comunica anche con gli occhi […] Gli esperti della comunicazione consigliano di dirigere sempre lo sguardo sugli ascoltatori: non fisso, ma mobile come un rada verso ogni dislocazione dell’assemblea: per richiamare l’attenzione, per far capire che il messaggio è diretto a ciascuno, per rilevare il grado d’ascolto o di stanchezza dell’uditorio”. Insomma, c’è un feed-back prezioso da tenere in considerazione. E’ la reazione di chi ascolta. Non se ne può prescindere, per evitare il rischio di parlare sopra la testa di tutti: “gli occhi permettono di conoscere l’uditorio in tempo reale”. Vanno puntati sulla gente e non su un testo da leggere. Quello di Peri è un manuale pratico di buoni consigli sull’omelia che ogni sacerdote dovrebbe leggere, ogni omileta, ogni oratore. Scritto perché si riconosce che l’omelia è il “tallone di Achille” delle nostre liturgie, benché è rimasta l’unica occasione di esercizio del ministero della parola, “il modo più difficile, con cui la Chiesa opera con la Scrittura” (card. Martini). Un consiglio fondamentale per tutti si può dare: pensare come persone dotte e parlare come la gente comune, “osservando i volti di coloro che si hanno davanti, verificando l’impatto delle parole su di loro. Chi parla fa l’uditorio, e l’uditorio fa chi parla”.

Buon lavoro predicatori, dunque. Sì, perché predicare è un arte, come un arte è anche amare (Erich Fromm) e, dunque amare si impara e per predicare è indispensabile la testimonianza dell’amore del predicatore.

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