Il vescovo di Noto che ha pubblicato PopTheology per giovani. Autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano (Rubbettino 2018) ha lavorato sui testi delle canzoni di Sanremo 2018 e qui risponde ad alcune domande per spiegare il metodo della PopTheology come tentativo nuovo per comunicare con i giovani sulle cose essenziali della loro vita e della loro umanità

 

C’è poesia nelle canzonette?

C’è chi non disdegna di pensare ai cantanti di oggi come “nuovi poeti”. Sanremo 2018 ha tentato di riflettere anche su questo, facendolo in diversi modi: il richiamo a Leopardi è stato esplicito quando Favino – che era a Sanremo per le “parole” e non per la musica (visto che per quella c’era già Baglioni)- comincia a citare qualche poesia di Leopardi e dopo ogni incipit tenta di cantare e viene stoppato. Era il momento della poesia e finisce con una canzone che è stata un collage dell’incipit di tante altre canzoni: come a dire, si può anche fare discorsi sensati cantando canzoni e non solo recitando poesie. Davvero, però, una “canzonetta” potrebbe pretendere di stare all’altezza della grande poesia? Roberto Vecchioni ne dubita: “forse le canzoni non sono poesie, anzi tagliamo la testa al toro: una canzone non è poesia”. E allora? Tutto risolto? I generi letterari devono mantenersi distinti, è vero. Tuttavia non si può non ammettere una certa contaminazione tra poesia e canzone. Non solo perché i testi della poesia possono diventare vere e proprie canzoni, ma soprattutto perché nelle canzoni la “poeticità” può largheggiare, quasi impedendo di riconoscere- almeno di primo acchito- quella distinzione. E’ la poeticità a fare di un testo una poesia e la poeticità può ritrovarsi anche nel testo di una canzone (spesso anche più profonda che in tante poesie). Perciò Vecchioni può “fregarsene” di essere un poeta, ma vuole essere orgogliosamente uno scrittore di canzoni: “quando ascolto La donna cannone che è bella dentro, perché non gliene frega niente di esser bella fuori, o Piero che non spara al nemico, ma muore fra i papaveri”. Ecco la poeticità: questa capacità di interpretare il vissuto della gente nella bellezza vera del “fenomeno umano”.

L’Accademia della crusca pare abbia già detto qualcosa in merito?

Si, ho letto la notizia su Avvenire, prima ancora che Bobby Dylan ricevesse il Nobel per la Letteratura. L’Accademia della crusca, qualche anno fa, ha dichiarato che le canzoni della musica leggera sono un vettore di qualità dell’evoluzione della lingua italiana, mettendo tra l’altro in relazione- da questo versante- l’Infinito di Leopardi con la canzone di Laura Pausini La solitudine. Sono critici della letteratura italiana, avranno pure qualche ragione per dirlo. D’altronde penso alla poeticità di Chiamami solo amore dello stesso Vecchioni (che ha vinto quell’anno il Festival di Sanremo). Scrive “per il poeta che non può cantare, per l’operaio che non ha più il suo lavoro” e poeticamente s’impegna in un’apologia delle idee che vale un saggio sul tema: “Perché le idee sono come farfalle che non puoi togliergli le ali/ perché le idee sono come le stelle/ che non le spengono i temporali perché le idee sono voci di madre che credevano di avere perso e sono come il sorriso di Dio in questo sputo di universo”. E chiude con “chiamami sempre amore, perché noi siamo amore”. E’ vero, non avremmo amore da dare, se non fossimo amore. Se lo scoprissimo un po’ di più nella vita, tanta competitività, tanto egoismo e molta barbarie sparirebbe dalla nostra esistenza e tutti saremmo meno soli, meno angosciosamente isolati.

Se attraverso le canzoni Lei però vuole annunciare il Vangelo di Gesù, non rischia di interpretare, strumentalizzandolo, l’autentico significato di un testo, che magari intendeva dire altro?

E perché, scusi. I grandi ermeneuti del XX secolo – mi permetto di citare Gadamer, Ricoeur, ma anche il nostro Umberto Eco- hanno chiarito che ogni testo scritto ha, ovviamente, una vita propria. L’autore intende dire qualcosa, la può comunicare solo se qualcuno ascolta o legge. Ricordo il detto latino quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur (tradotto non letteralmente: c’è un modo proprio per recepire le cose). Il recettore che si sintonizza non è come una tabula rasa, ma interagisce con le sue idee, sentimenti, precomprensioni. In ogni lettore il significato inscritto nel testo si amplia, si approfondisce e “suona” in modo diverso. Questo potrebbe dare origini a equivoci interpretativi, ma non è detto. E comunque questo accade. L’opera d’arte nasce sempre in ogni lettore e anche un autore di una canzone più la interpreta e più può cogliere aspetti nuovi, prima non immaginati. La poesia è molto più profonda e interessante per il fenomeno umano di qualsiasi scienza esatta, perché conserva l’umano dell’uomo nella sua infinita originalità. Pertanto, quando utilizzo le canzoni per annunciare il Vangelo, non trasformo il testo delle canzoni in testo evangelico, ma m’impegno a mostrare come quel significato umano corrisponda a quanto Gesù ci ha detto e ha fatto per amore nostro. E’ possibile questo per vie di assonanze o semplicemente perché le parole usate sono proprio del Vangelo.

Un esempio si può fare?

Mille esempi si possono fare. Il cristianesimo è dentro le fibre più profonde degli esseri umani d’Occidente, si voglia o no riconoscere le radici cristiane dell’Europa: il loro linguaggio è impastato di Vangelo, anche in quei testi che si impegnano a contestarlo o a rifiutarlo. E questo non tanto perché – come si ripete con Benedetto Croce-, “non possiamo non dirci cristiani”, ma perché – come ha ben capito Nietzsche, che di Anticristo se ne intendeva sicuramente più dei Decibel-, per estirpare il cristianesimo dalla nostra vita bisognerebbe reinventare la grammatica e cominciare a scrivere in modo diverso. Ora, ad esempio, se Vecchioni stabilisce che “siamo solo amore… sempre amore” e il giovane se ne convince, allora il predicatore può “sfruttare” questo concetto per dire ciò che Gesù è venuto a dire su Dio, il Padre suo: “Dio è amore”? Certo, ma di più, cristianamente, “Dio è solo e sempre amore”. “Solo e sempre amore”, vuol dire che non è più il Dio guerriero dell’Antico testamento che distrugge popoli e nazioni per combattere con il suo popolo. Vuol anche dire che Allah sarà grande, ma in nome suo non si può far violenza a nessuno. Vuol dire che anche quando il cattolicesimo ha fatto violenza a qualcuno in nome di Dio ha tradito il cristianesimo di Gesù. Punto.

Vuol dire qualcosa di altro?

Sicuramente. Vuol dire che dal Dio di Gesù non ti devi aspettare il male. Essendo “sempre e solo amore”, diciamolo pure, il Padre di Gesù (e il Padre nostro) non ha tempo per mandare il male, tipo disgrazie, carestie, terremoti, incidenti stradali, malattie più o meno mortali, tumori, per colpire chicchessia per qualsiasi motivo. Dio è solo e sempre amore, perciò Lui (almeno Lui) non castiga. Il Padre di Gesù non sa fare il male. Io toglierei dall’Atto di dolore – e lo si può fare, visto che i Vescovi hanno cambiato la preghiera del Padre nostro per evitare equivoci sulla misericordia di Dio-, quella espressione: “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”. La trovo molto imbarazzante quando guardo Gesù Crocifisso, e colgo proprio là la parola più eloquente che Dio ha lanciato al mondo e alla storia degli uomini: “Dio è solo e sempre amore”. Là, nel silenzio muto del Crocifisso, Dio parla e dice: “chiamami sempre amore, perché noi siamo amore”. Si può notare che il plurale ci sta anche bene in bocca al Dio cristiano, perché, per i cristiani, l’unico Dio è tre persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito santo). Nel comunicarlo ai giovani, allora posso anche cantillarlo in una predica, in un’omelia. M’interessa che capiscano.

E se invece di capire, si scandalizzano che Lei usi le canzonette di Saremo nell’omelia che è un momento sacro dell’azione liturgica della Chiesa?

Capiscono molto bene, i nostri giovani non sono stupidi, ma intelligenti davvero. Se conoscono le parole dei testi delle canzoni a cui mi riferisco, i giovani sono aiutati da questo “referente semantico” a mantenere fisso nella memoria quel concetto, o quel sentimento. Quanto allo scandalo, Gesù ci ha insegnato a non scandalizzare e San Paolo, contro la possibilità di scandalo circa il mangiare o meno le carni immolate agli idoli, afferma che non avrebbe mangiato carne in eterno, secondo il principio cristiano della carità da mostrare verso i fratelli più deboli nella fede. Tuttavia anche lo “scandalo” va interpretato: Gesù stesso veniva accusato di dare scandalo e quando il sommo sacerdote lo condannò a morte era perché lo aveva scandalizzato sul serio, a causa della bestemmia contro Dio (annoto, questa bestemmia di Gesù contro Dio coincide con la rivelazione del volto vero di Dio annunciato da Gesù, guarda un po’). Come ha fatto Gesù, allora, nell’educazione cristiana, occorre scuotere certa sonnolenza e pigrizia, per la quale Gabbani nella canzone Amen critica i cattolici chiamandoli “astemi in coma etilico per l’infelicità, la messa ormai è finita, figli andate in pace, cala il vento nessun dissenso, di nuovo tutto tace… e allora avanti popolo che spera nei miracoli”. In verità, è il cattolicesimo convenzionale – su cui scrivo male nel mio libro Pop Theology per giovani (Rubbettino 2018)- a essere veramente “scandaloso”, per quella sua capacità di anestetizzare il corpo cattolico riducendolo in uno stato comatoso rispetto al Vangelo di Gesù. I cattolici convenzionali sono “astemi in coma etilico” non i cattolici cristiani. Ringrazio chiunque viene a dircelo, perché ci sintonizza con la Chiesa di Papa Francesco, cioè una “Chiesa in uscita” che rompe certi schemi irrigiditi e impegna di più, concretamente, nella testimonianza cristiana verso i poveri e i sofferenti di tutto il mondo: visto che l’80% della popolazione mondiale vive di stenti e il cattolicesimo convenzionale riesce “solo a pregare per loro”, senza muovere un dito, essendo in coma! Il cattolicesimo cristiano è, invece, operoso nella carità: prega Dio che è amore e lavora amando con le opere di misericordia corporale.

E Sanremo 2018, come interpretare le canzoni di quest’anno, quali spunti sono recuperabili per il suo approccio?

Papa Francesco sta insistendo molto sull’accoglienza degli immigrati, perché sono nostri fratelli a qualunque “razza” o religione appartengano e Mirkoeilcane con Stiamo tutti bene ne parla con grande efficacia. La sua canzone è costruita sulla falsa riga del film la Vita è bella di Benigni: racconta il dramma con gli occhi di un bambino che sembra sia dentro un gioco. Molto efficace la comunicazione di questa canzone che suscita dal profondo il sentimento della compassione, indispensabile per restare umani, oltre ogni questione (pur necessaria da porre politicamente) sulla nostra sicurezza. Il ritornello “stiamo tutti bene” martella l’anima e la coscienza ipocritica che non vuole riconoscere quanto il benessere dell’Occidente dipenda dall’aver devastato (continuando a farlo anche oggi) i “paradisi terrestri” dell’Africa e dell’Asia. L’opulenza delle società ricche crea, per altro, “condizioni psicopatiche” di quanti vivono lo stress giornaliero come una malattia, ormai. Nelle società liquide e gassose (Z. Bauman) la voglia di maggiore leggerezza corrisponde al desiderio “indotto” di Una vita in vacanza, come ha ben cantato il gruppo Lo Stato sociale. In questa canzone vedo un’assonanza su quanto lo scorso anno ha fatto Gabbani con Occidentali’s Karma, dove “la scimmia nuda balla” e “cantando sotto la pioggia” si distrae, perché, “comunque vada panta rei, tutto scorre”. Qui, “balla la vecchia” e alla domanda sui mestieri, sul lavoro, “chi te lo fa fare, perché lo fai”, la questione è posta con serietà, pur dentro la spensieratezza di tutta “la banda che suona e che canta”: “vivere per lavorare o lavorare per vivere”. Con questo si può ritornare a riflettere anche politicamente sulle condizioni alienanti del lavoro, specie la dove il lavoro totalizza tutto il tempo, ti schiavizza e ti impedisce di vivere gli affetti della famiglia o anche quello amicali e sociali.

Meritavano Fabrizio Moro ed Ermal Meta di vincere con Non mi avete fatto niente?

L’hanno meritato, senz’altro. Insieme, hanno prodotto un’interpretazione canora unica, singolare. Il testo della canzone, poi, è straordinariamente ricco di significati, importanti per la convivenza civile e pacificata delle società occidentali. Dal mio particolare approccio, la predicazione del Vangelo se ne può avvantaggiare. Solo alcuni esempi: anzitutto, di fronte ai drammi del terrore e della guerra occorre non aver paura e non soccombere alla disperazione immobilizzante (che ti chiude nelle case e non ti fa più vivere liberamente), perciò: “non mi avete fatto niente”; anzi, è necessario trasformare in forza l’angoscia prodotta dal terrorismo, perché la vita continua “contro ogni terrore che ostacola il cammino”; poi, grande attenzione è data alla questione ecologica di un pianeta che muore, perché colpito vitalmente: “questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra, ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra”; infine, il bisogno di riconciliazione tra le religioni, per essere uniti contro l’integralismo e il fondamentalismo o il radicalismo che uccide in nome di Dio. Alcune affermazioni sono degne di annotazione, perché sono come un input per discorsi ancora più profondi ed elevati, di taglio più filosofico e sapienziale: “in fondo siamo umani” e “la nostra vita non è un punto di vista”. E’ vero, le “inutili guerre” non smetteranno mai di infestare il mondo annientando le persone e distruggendo l’ambiente se non sapremo riconoscere l’umano-che-è-comune in tutti: la dignità di ogni essere umano, come principio e valore inalienabile che non è possibile commerciare o negoziare politicamente, per nulla. Se la vita non è un punto di vista, ha un’oggettività valoriale che è possibile solo riconoscere. Qui, il “secondo me” non esiste. Esiste solo la disponibilità ad amare la vita così come essa è, facendola avanzare: “questa è la mia vita che va avanti”. Quanta poesia: “il mondo si rialza col sorriso di un bambino”. Ho atteso di vedere chi avesse vinto Sanremo, perché volevo mandare agli amici un commento sintetico e immediato. E fu questo: “La canzone, Non mi avete fatto niente, è una attualizzazione di Rhimes and Reasons di John Denver. Il sorriso del bambino che dona nuova vita a un mondo terrorizzato dal proprio decadimento: vita occidens (Cicerone). “Il mondo si rialza col sorriso di un bambino”. Infatti, se non diventerete come bambini non entrerete mai nel vero senso della vita. Il messaggio di Gesù ritorna sempre”. Si, quello di una amore capace di rigenerare tutti i rapporti umani, perché incondizionato e unilaterale, eterno, per dirla con Caccamo.

Si ritorna sempre all’amore, dunque?

Sicuramente “amore” è una parola magica, che si presume di capire appena sentita. Una cosa però è “sentire”, altra cosa è “ascoltare”. Ascoltare l’amore significa venire a sapere che è una relazione impegnativa perché ha a che fare con la morte: a-morior, l’alfa, cioè la “a”, è privativa, è una negazione della mors, la morte; l’amore è negare la morte, impegnarsi per la vita di una persona a tal punto da donare la vita per lei. L’amore è più forte, mi pare sia il titolo di una canzone recente di Fabrizio Moro. E’ la lezione del Cantico dei cantici: “i fiumi del amore non possono travolgere l’amore, che è più forte della morte”. Perciò, è vero quanto dice Caccamo sull’amore eterno: “siamo senza addio, bellezza che si sprigiona nell’aria, senza lasciarsi mai”. Ha pure ragione Noemi con la sua equazione dell’amore, per la quale, anche quando gli amori finiscono, l’amore dura nella vita delle persone che ne restano condizionate “per sempre”. Ha anche ragione Max Gazzé, con la leggenda di Cristalda e Pizzomunno, il quale per dire l’amore racconta della vita fedele che non cede alle lusinghe delle sirene e sa aspettare, “fosse anche per cent’anni”, il suo amore fino a quell’alba di agosto. Per tralasciare a parte, il testo stupendo di Lucio Dalla, cantato da Ron, che ha vinto il premio della critica, Almeno pensami, “senza pensarci pensami… anche senza mani scrivimi”.  Questa è sicuramente poesia, come lo fu, lo scorso anno, Nanì – scritta sempre da Lucio Dalla-, che racconta dell’amore di un uomo verso una prostituta: “Nanì, dimmi perché tu ami sempre gli altri e io amo solo te”. Un racconto che rimanda subito al profeta Osea che parla di Dio come l’amante fedele di un popolo che si prostituisce. Quanta poeticità a Sanremo, e perché un vescovo cattolico non dovrebbe interessarsene, per la sua missione di annuncio del Vangelo? Qualcuno me lo spieghi. Tanto più che per Saremo, come evento di spettacolo della musica italiana, si ritrovano centinaia di migliaia di giovani e di ragazzi come in una piazza. E la piazza in greco si dice agorà, una bella “metafora viva”, per ritornare a pensare insieme sulle sorti dell’umanità.

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