Nell’ambito delle celebrazioni dei santi Ilario e Taziano, patroni della città di Gorizia, è stato ospite in diocesi lunedì 12 marzo monsignor Antonio Staglianò, vescovo di Noto.
Mons. Staglianò si interroga molto su quali passi possa compiere la Chiesa Cattolica per “uscire dal recinto” e andare incontro alla prima generazione “incredula”

Negli scorsi giorni la Diocesi ha ospitato monsignor Antonio Staglianò, vescovo di Noto, alcuni anni fa diventato “virale” sui social grazie al suo nuovo modo di parlare ai giovani, presentando il messaggio di Gesù attraverso l’analisi di canzoni pop.
Autore di “Pop-Theology per giovani. Autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano”, Staglianò si interroga molto su quali passi possa compiere la Chiesa Cattolica per “uscire dal recinto” e andare incontro alla prima generazione “incredula”.
Lo abbiamo incontrato e insieme a lui ci siamo addentrati in queste analisi su una Chiesa che vive un’epoca di continua evoluzione.

Monsignore, partiamo da una riflessione. I giovani di oggi non credono più, o hanno perso la fiducia nella Chiesa?
Credo si tratti innanzitutto di distinguere i livelli e i contenuti del “credere”, perché “credere” è un termine a disposizione della Lingua italiana per dire tante cose – credo che domani pioverà; credo che quella squadra vincerà… -. Anche nel contesto religioso “credere” vuol dire molte cose: che Dio esista, che Dio mi parli… Se poi entriamo nello specifico della religione cristiana, “credere” ha un significato ancora più profondo: non è soltanto credere in Dio ma è credere in ciò che Lui crede dell’uomo. Questo credere non è fatto soltanto del mio atteggiamento di fiducia nei confronti del trascendente, ma è frutto anche di una presenza personale di Dio nella vita del credente. C’è una Fede radicata nel profondo dell’animo umano, che si apre a riconoscere un Dio che ha un volto e che parla di ciò che Lui crede e spera per noi esseri umani.
Per riferimento a queste forme del “credere”, quando ci si pone questa domanda sui giovani, la risposta non può essere semplicistica.
Riprendo le parole di don Armando Matteo, autore de “La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la Chiesa”. “Incredula” non sta a significare che questi ragazzi non credono ai valori perpetrati, ma non credono all’umanità di Gesù come modello e possibilità per la propria vita di crescere umanamente. Questo perché l’umanità di Gesù ha, per così dire “perso lo smalto”, non è visibile in forma di testimonianza da parte della comunità adulta e non corrisponde più come modello di risposta a interrogativi che i giovani di oggi, dentro una trasformazione culturale e la “società dell’ipermercato”, si pongono. L’irrilevanza del riferimento a Gesù rende appunto questa generazione incredula.

Lei parla spesso di questa “società dell’ipermercato”. In che aspetti la ritroviamo?
Credo che la spiritualità sia innestata nella profondità dell’anima umana, per cui tutti crescendo percepiscono che c’è un “di più”, una necessità di apertura verso l’altro. Il problema è che questa spinta spirituale interiore dell’essere umano in quanto “animale” divino, purtroppo viene ovattata verso certe condizioni distorcenti della “società dell’ipermercato” per la quale i giovani di oggi risultano particolarmente conformi a mode svuotate dal di dentro, nell’incapacità di percepire la verità di sé, ossia la bellezza che hanno dentro.
Prendiamo quest’esempio: “l’ipermercato” lavora molto sull’estetica superficiale, commercializzabile. Tutti sanno però che la bellezza è qualcosa di interiore, che si vede più che nelle forme, nello splendore degli occhi, nella grandezza del cuore. Ma nell’ipermercato della tecnocrazia imperante i giovani vivono una verità distorta.
Questo è un dibattito che si è avviato già negli anni ’70, con le prime riflessioni sulla società dei consumi, criticata tra i primi da Pier Paolo Pasolini. Oggi tutto è amplificato anche dai messaggi che vengono veicolati tra i ragazzi tramite i social più diffusi.
Cosa significa quindi “credere o non credere” nell’epoca della connessione globale e delle maschere virtuali? Vuol dire ritenere di avere la possibilità di incontrare il volto dell’altro, ma il processo di “riconoscimento” da maschera a volto è complesso, perché attraversa gli input della società, i fallimenti, le delusioni… In tutto questo dovrebbe rientrare l’educazione cristiana a far capire che quello che va mostrato è il proprio volto vero, che è quello di Gesù.

Sulla base di queste considerazioni prende vita anche la sua “Pop Theology”. Com’è nata in Lei quest’intuizione? Qual è stata la prima volta che ha deciso di affrontare argomenti teologici tramite l’utilizzo di canzoni pop?
C’è un pensiero di Albert Einstein che dice più o meno così: “Come possono cambiare le cose, se continuiamo a fare sempre le stesse cose?”. Di fatto la società cambia, la cultura cambia, siamo in un vorticoso mutamento e in un’epoca di transizione a tutti i livelli. Questo pone a tutti i pastori e a tutti gli educatori l’interrogativo continuo di “che fare?”.
Questa che stiamo chiamando “Pop Theology” non è emersa a tavolino ma è “capitata”. Il tutto nacque nel corso di un convegno dove l’auditorio era composto prevalentemente da ragazzi delle scuole secondarie. Si parlava della “Metafisica del Concreto”, tema che notai subito risultava di difficile comprensione per quella fascia d’età (i ragazzi facevano difficoltà ad ascoltare, si alzavano, si distraevano…). Ero stato invitato a tenere le conclusioni di quest’incontro e, nel momento in cui mi venne data la parola, improvvisamente mi venne in mente Roberto Benigni, capace di parlare di argomenti “alti” ma con un linguaggio accattivante, in grado di catturare l’attenzione per ore. Mi ispirai a lui; i ragazzi cominciarono a prestarmi attenzione e da lì riuscii a parlare loro di metafisica tramite le canzoni “Vuoto a perdere” di Noemi e “L’essenziale” di Marco Mengoni. Analizzai il tema del “vuoto”, che spaventa noi umani, dimostrando come, attraverso un linguaggio diverso, si possa parlare a questi ragazzi di argomenti anche complicati e che non sempre riescono a “catturare”. Partendo da testi che conoscono, essi si mettono in riflessione e da lì si può iniziare a parlare dell’umanità di Gesù.

Quali sono le reazioni a questo suo nuovo modo di proporre gli insegnamenti di Cristo?
A volte sono criticato per il mio utilizzo di testi di canzoni nella presentazione della Parola e degli insegnamenti di Gesù.
Certo, è vero che Gesù Cristo è Dio, ma anche che Gesù Cristo è Uomo. L’Umano è la via della Chiesa, lo disse anche Giovanni Paolo II. Tutto ciò che è umano appartiene a Cristo. Da teologo e da cristologo posso affermare che la teologia contemporanea ha recuperato un cristocentrismo che conferma come non ci sia nulla che esiste a questo mondo che non sia di Gesù.
Il teologo Karl Rahner sostiene che Dio ha creato l’Uomo come una grammatica per una possibile sua comunicazione, pertanto tutto ciò che l’essere umano esprime, vive, sente, tutto è una grammatica attraverso cui Dio può rivelarsi in maniera intellegibile. Può accadere in testi di riflessione filosofica, teologica, letteraria…e perché non nelle canzoni? Il fatto stesso che siano espressione della mente di un uomo è importante. Credo che i testi di molte canzoni possano essere “cristici”: senza citare Gesù lo mettono in ogni caso in evidenza, proponendo valori e insegnamenti che per la dottrina cattolica sono importanti (il perdono, l’amore…) e da questi si può partire per proporre riflessioni teologiche, ma comunicando ai giovani con le parole che fanno parte del loro linguaggio, non annoiandoli e “sintonizzandosi” con loro.
Credo quindi non necessariamente si debba essere dei “cattolici convenzionali”. Questo della Pop Theology è un registro che è soltanto una direzione: certo sono campi “estranei” alla Chiesa e alla predicazione tradizionale del Vangelo, ma è lo stesso papa a spingerci ad “uscire” per andare laddove sembra che la Chiesa non ci sia.
Bello sarebbe produrre testi e musica all’altezza degli stili musicali presentati, per esempio, al Festival di Sanremo, da far cantare ai big della canzone italiana per stabilire alcuni valori fondanti della dottrina.

Potrebbe quindi a suo avviso essere questa una “via” per richiamare anche la generazione incredula?
È una struttura antropologica certamente interessante per parlare di Gesù Cristo, per far comprendere come sia amore di Dio riversato poi nella nostra Vita. Se un testo costruito così, cristico – quindi profondamente umano – nel suo contenuto, viene cantato da un big davanti a centinaia di giovani che ne assimilano la musica e il testo, io sono convinto che questo possa essere un modo per evangelizzare “fuori dal recinto”.
I giovani di oggi sono rimasti in pochi a seguire la Chiesa, lo dicevamo prima; dobbiamo essere noi ad andare da quelli che sono “rimasti fuori”, seguendo anche l’insegnamento della missionarietà della Chiesa. Perché non farlo attraverso la musica quindi…
L’auspicio è che qualche giovane cattolico che ha vissuto nel Cristianesimo la gioia e la bellezza del suo crescere e abbia la dote di fare musica ed elaborare testi, o ancora di fare film, scrivere romanzi… condivida queste nuove forme espressive; ritengo possa essere una grande forma di evangelizzazione.
Bisogna tirarsi fuori dai pregiudizi mentali e incominciare a inventare creativamente. Nuovamente: non avverrà nessun cambiamento, se continuiamo a fare le stesse cose
Per quanto mi riguarda, so che il rapper Fedez si sposerà a Noto e sto preparando per lui e la sua compagna Chiara Ferragni una canzone rap, un regalo che ho desiderio di fargli (si sposeranno in Comune ma non c’è motivo per cui un vescovo non possa fargli un regalo!). Il tema sarà quello della bellezza, che ha contenuti di grande umanità.
Se lui lo cantasse, magari nuovamente insieme a J – Ax, anche senza dire che l’ho scritto io, semplicemente apprezzando il contenuto universale del testo, credo che il messaggio potrebbe arrivare a migliaia di giovani, aprendoli ad idee e concetti importanti.

da Voce Isontina – Settimanale dell’Arcidiocesi di Gorizia

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