Dall’Imagine intesa

(Lo pseudo Rebora)

 

Dall’Imagine intesa

scruto l’istante

con umiltà di attesa

e cerco Qualcuno

 

Alla notte in discesa

elevo lo sguardo

che intuitivamente cattura

polvere di stelle

e cerco ancora Qualcuno

 

In una scatola cosmica

sconfinata di tempo

più che viaggio di luce

cerco sempre Qualcuno

 

Ma è già qui

intangibile

inciampo all’incontro

strade sporche di male

l’Imagine si pente

dove scorre il perdono

pur sordo il morente

al mistero del dono

 

È venuto silente

ad accompagnare

quel suono – m’accordo-

eco d’antica parola

di futuro beato

già viene – sempre nuovo-

il suo ricordo

 

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*L’imagine con una “m” rimanda alla realtà vera della persona umana che è imago Dei, creata secondo l’Immagine di Dio che è Gesù Cristo: perciò è immagine trinitaria. Per i cristiani – essendo Dio Trinità/agape- l’imago dice l’amore che costituisce e determina ogni essere umano (cioè la sua stoffa, la “sua pasta”, “è fatto così”). Pertanto l’uomo è l’imago del Dio-agape, comunione eterna del Padre del Figlio che dona lo Spirito, insieme al Figlio, perché gli uomini e le donne di ogni tempo possano essere felici, in questa vita terrena, nella speranza della Vita eterna.

* L’imagineimago va, perciò, linguisticamente, distinta dall’immagine/maschera di tutti noi. Quella di cui spesso si dice: “cura la propria immagine”, oppure, “oggi la gente ti giudica per quale immagine hai, vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei” (M. Mengoni, in Essere umani). Questa è l’immagine “pubblica”, quella “costruita” da certa visibilità mediatica, attraverso la Tv, i profili social o anche le relazioni sociali. L’imago esprime e mostra l’anima, l’essenza di una persona. L’immagine, invece, manifesta la reputazione. L’imago dice “chi sei”. L’immagine, invece, rimanda a “ciò che altri pensano di te”.

*Clemente Rebora – nella poesia, L’immagine tesa, scritta nel 1920, prima della sua conversione, e ritenuta il suo capolavoro-, ha ben focalizzato la “tensione” della persona nell’attesa misteriosa di Qualcuno che sta per venire (come un avvenimento che sta per accadere), benché di fatto – nella posizione storica dell’essere umano- “non si attende nessuno”: Nell’immagine tesa/ vigilo l’istante/  con imminenza di attesa/ e non aspetto nessuno.

* Qui – nel nostro testo poetico, che ricalca la “struttura” della poesia di Rebora e, perciò, è siglata “pseudoRebora” – l’imagine è intesa, colta nell’atto di un Insight che ha per oggetto sé stessa. Questa riflessione è comunque uno scrutare (guardare dentro, in profondità) l’istante (Augenblick): il concentrato temporale dell’essere qui (Da-sein) come apertura infinita a un accadimento provvidenziale (un kairòs) che av-viene.

* È attesa di Qualcuno, nella forma di un necessario andare verso Qualcuno. È attesa come ricerca “umile” dell’uomo di un Qualcuno che possa colmare il vuoto del suo limite creaturale. Questa ricerca/attesa ha un significato non solo esistenziale, ma anche cosmico: l’uomo è un essere desiderante (de-sideris=dalle stelle), è fatto di “polvere di stelle”, perciò nel suo limite metafisico– quello di una piccola scatola- esperimenta l’Infinito di un tempo sconfinato. La sua debolezza esistenziale (quella dovuta a un peccato d’origine) non distrugge del tutto la sua capacità di “udire” una parola antica o solo anche la sua eco: è la promessa di felicità inscritta nelle fibre profonde dell’universo in evoluzione, eppure più facilmente avvertibile nella sordità dei morenti, nell’impatto con il dramma doloroso degli esseri umani da amare nel perdono.

*Basterebbe non essere troppo distratti dal rumore assordante di questa società dell’ipermercato e attivare quella memoria che sa captare “il suo ricordo”. Così si cerca quel Qualcuno e la sua attesa manifesta il bisogno (metafisico) dell’Altro-che-viene a colmarlo. Si, ancora viene! Si, Sempre viene, in modo nuovo.

 

+Antonio Staglianò, vescovo di Noto

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